 L'uomo che dipinge con il vento di Chicago, Arvedo Arvedi e la luce dei mondiDalla 'frattura luminosa' del 1993 nella Windy City alla mostra romana alla Carlo D'Orta Gallery: Arvedo Arvedi costruisce ponti tra mito e marketing, tra incisioni rupestri e cultura Pop, trasformando il colore in un linguaggio universale capace di unire mondi, brand e memorie antiche.
Genova, 12 febbraio 2026
Di Alessandra Berta
C'è un istante preciso in cui la vita di un uomo smette di essere un binario tracciato e diventa un'esplosione di direzioni. Per Arvedo Arvedi quell'istante ha il nome di una città e il sapore di una passione importante: Chicago, 1993. Immaginate un giovane cresciuto tra i silenzi solenni di Villa Arvedi, dove il tempo è scandito dagli affreschi del Seicento e dal sussurro della storia familiare. Poi, all'improvviso, l'impatto con la "Windy City". Qui, tra i grattacieli che graffiano il cielo e l'incontro magnetico con il mentore John David Mooney, Arvedo subisce quella che lui chiama la sua "frattura luminosa". La pittura, fino a quel momento oggetto da contemplare, si trasforma sotto i suoi occhi in un rito, in una preghiera collettiva, in un'energia capace di abitare lo spazio pubblico. Chicago non è rimasta in America: Arvedo se l'è portata dentro, cucita nell'anima come un battito elettrico che non si spegne mai. È la stessa energia che lo ha spinto a illuminare i giganti di acciaio ad Atlanta e che oggi lo guida nel trasformare segni millenari in visioni contemporanee. Nelle sue mani, il passato non è polvere. Quando Arvedo scava nei miti degli indiani Hopi o nelle incisioni della Valcamonica, non fa archeologia: fa rivoluzione. Prende il simbolo antico, il graffio sulla roccia, e lo incendia con i colori acidi e fluorescenti della cultura Pop, rendendolo vivo, pulsante, urgente. È il ponte vivente che unisce il nobile passato italiano al dinamismo transmediale del futuro, lo stesso spirito che ha ridato anima a icone come Commodore e che oggi trasforma l'arte in panni pregiati da indossare. Oggi quel ponte atterra a Roma. Dal 5 al 28 marzo, le pareti della Carlo D'Orta Gallery in Piazza Crati 14 smetteranno di essere semplici confini per diventare finestre spalancate su questa danza infinita tra epoche e continenti.
Sei un artista, ma anche un esperto di marketing. Nel tuo libro “Corporate Art”, sostieni che l'arte possa far vendere: quale idea ti ha portato ad unire la purezza del segno con il business?
"Nessuna idea innovativa, una semplice constatazione dei fatti: una visione dell'arte scevra dallo stile o dalla corrente artistica, vista con una prospettiva orientata al risultato nei confronti delle masse. L'arte, come è sempre stata nella storia dell'uomo, è uno strumento di marketing e di vendita, che si tratti di un impero, di una religione o di un modo di vivere. L'immagine è un metodo semplice e immediato per rappresentare un concetto. Pensiamo a tutte le civiltà del passato e a ciò che ci hanno lasciato: l'arte era al servizio del potere ed era strumento del potere stesso, che fosse pittura, scultura o architettura. Oggi, in un mondo più democratico, i nuovi potenti sono le aziende, che devono conquistare nuove fette di mercato. Hanno capito il potere attrattivo dell'arte nei confronti delle persone. Un esempio del passato è Campari: la lunga collaborazione con Depero e la creazione della famosa bottiglietta hanno trasformato un aperitivo da bar in un aperitivo da casa, aprendo un mercato completamente nuovo."
Dal 2020 sei l'artista ufficiale di Commodore. Come si traduce l'anima di un brand tecnologico leggendario attraverso il gesto manuale della pittura?
"Quando ho avuto l'onore e l'onere di essere l'artista scelto per la rinascita di questo brand tecnologico così amato, ho preso una decisione semplice e controcorrente: fare arte in maniera manuale e non tecnologica. Per loro ho sviluppato due concetti di Art-Marketing: una collezione chiamata Commodore Collection e la Commodore Friends. Nella prima ho interpretato il marchio in vari modi e con varie tecniche, ma il marchio restava assolutamente riconoscibile. Questi quadri sono stati oggetto di varie mostre in Italia e all'estero. Un'opera, Commodore Forever, è all'Istituto Italiano di Cultura a New York, dove ho fatto una mostra nel 2025. La seconda serie, Commodore Friends, univa il marchio Commodore con quelli di alcuni clienti importanti. Il quadro che univa i due marchi veniva regalato al dirigente o al presidente dell'azienda, che orgogliosamente lo metteva in ufficio. Quando qualche cliente veniva ospitato nell'ufficio e vedeva il quadro, chiedeva come mai ci fosse il marchio Commodore legato al loro. Per un effetto di orgoglio, il dirigente o il presidente parlavano per i primi cinque minuti della Commodore e di quanto fossero legati alla Commodore."

Hai unito gli Yacht Club di Chicago e Napoli e portato Giulietta al Navy Pier. Ti senti più un diplomatico della bellezza o un cercatore di sintonie?
"Amo unire le persone e creare ponti. In un momento felice della nostra storia, dove l'accessibilità e la facilità dei trasporti hanno abbattuto le barriere delle distanze, reputo fondamentale creare motivazioni di scambi culturali. Entrambi i progetti sono profondamente culturali. Il primo unisce Verona e Chicago, e il filo rosso che collega queste due città è Shakespeare. Di Verona e del suo legame con il poeta inglese è superfluo parlare, ma non tutti sanno che a Chicago, nel famoso Navy Pier – il vecchio porto trasformato in zona turistica con oltre 9 milioni di visitatori l'anno – c'è lo Shakespeare Theatre, dedicato al poeta e collegato direttamente con il Globe Theatre di Londra. Visto l'amore che ho per entrambe le città e i rapporti istituzionali che avevo in tutt'e due, ho pensato di creare questo gemellaggio culturale, consolidato dalla donazione, da parte dell'Associazione degli Industriali di Verona, della copia della statua di Giulietta. Il recente gemellaggio tra il Reale Yacht Club Canottieri Savoia, di cui ho l'onore di essere membro, e lo Chicago Yacht Club nasce in occasione della mia recente mostra a Chicago e nella meravigliosa opportunità che Napoli ospiterà la prossima America's Cup 2027. Mi è sembrato naturale coinvolgere i miei amici di Chicago, membri del club, e facilitare questo gemellaggio."
La ricerca per i tuoi guerrieri tocca Australia, Africa e Perù. Esiste un "segno unico" che accomuna tutti gli uomini della Terra?
"Quando nel 2024 ho deciso di fare una mostra nella fondazione del mio maestro e mentore John David Mooney, mi sono posto l'obiettivo di dare un messaggio che fosse capito da tutti. Così è nata la mostra “Antiche Memorie”. Ho ricercato un linguaggio che unisse il mondo, perché come dico sempre l'arte deve unire, creare comunità ed essere strumento di pace. Ho iniziato a studiare le pitture e le incisioni rupestri preistoriche, archetipi vecchi di migliaia di anni ma ancora vivi nel nostro animo più profondo, e perciò riconoscibili istintivamente. Questo percorso mi ha portato dalle incisioni rupestri in Val Camonica alle pitture australiane, dalle danze tribali africane alle incisioni celtiche inglesi, fino alle raffigurazioni nella piana di Nazca in Perù. Culture diversissime, distanti nel tempo e nello spazio, eppure accomunate da un linguaggio comune che vibra dentro di noi. Sappiamo di avere qualcosa in comune: riconosciamo il messaggio anche se consciamente non sappiamo più interpretarlo. Inconsciamente ci sentiamo attratti e parte di tutto ciò. È un richiamo al di là del tempo e dello spazio che abbraccia l'intera umanità."
Cosa rispondi a chi vede nella tua pittura troppo colore? È una difesa contro il grigiore del presente?
"Per rispondere a questa domanda vorrei citare un gruppo italiano di successo planetario che amo molto, i Maneskin: “E andare un passo più avanti, essere sempre vero, spiegare cos'è il colore a chi vede bianco e nero. E andare un passo più avanti, essere sempre vero”. Il colore fa parte di me, del mio essere, della mia gioia di vivere. Fa parte del mio passato, delle mie esperienze, del mondo che ho visto e del mondo che è dentro di me. Un mondo stratificato dalla cultura classica del mio passato e dalla spumeggiante arte del mio presente."
Guardando la locandina, il logo di Villa Arvedi affianca il progetto: questa tappa romana rappresenta il punto d'incontro definitivo tra le tue radici classiche veronesi e la tua anima cosmopolita?
"Il logo di Villa Arvedi sulla mia locandina è un modo per riappacificarmi con il mio passato. È un modo per ringraziare il mio passato di essere accanto a me nel mio presente. D'altro modo, Roma è la città che mi accoglie da molti anni e, di conseguenza, è una seconda casa."
Arvedo Arvedi non è solo un artista: è un costruttore di varchi in un mondo che troppo spesso si accontenta del bianco e nero. Lui sceglie di “spiegare il colore”, convinto che la bellezza non sia un lusso per pochi, ma la più antica e potente forma di comunicazione umana. Oggi, quel battito nato a Chicago e nutrito dai miti della Terra torna a risuonare nella Capitale. La mostra alla Carlo D'Orta Gallery non è solo un'esposizione, ma il punto di arrivo di un viaggio che parte dagli affreschi di una villa secentesca per approdare al cuore pulsante del marketing contemporaneo e della Public Art. È il momento in cui la "frattura luminosa" si ricompone nel cielo di Roma. Il ponte è pronto, i colori sono accesi. Non resta che attraversarlo.
Roma | Carlo D'Orta Gallery Piazza Crati, 14
Dal 5 al 28 marzo. L'appuntamento con la luce e la memoria vi aspetta. Non mancate. |